I colli Tortonesi di Daniele Ricci.

C’è un momento, una frase, un pensiero nella vita di tutti noi che segna il punto. 

“Papà, ma perchè non posso giocare tra le vigne?”

Ma facciamo un passo avanti, di almeno 17 anni, e mi ritrovo sui colli Tortonesi seduto di fronte a Daniele Ricci, uno dei tanti figli del geniale Walter Massa, che anni or sono ebbe la capacità di vedere in quelle sfere che sono gli acini del Timorasso un futuro radioso, quando tutti estirpavano a favore di varietà più miti.

E’ una storia di famiglia, di quelle belle, di quelle di una volta, di valori e di fatica, di sogni e sfide, quella che mi versa Daniele nel calice, una storia che incomincia nel riconquistare metro dopo metro le vigne cedute dai nonni per affrontare la vita, per chiudere quel cerchio che spesso rimane incompiuto proprio per dare la possibilità a qualcuno di farlo. Un Daniele che parte da lontano nel raccontarsi, o meglio, sono io che lo interrompo e scavo per il piacere di parlarci, facendo domande che forse una persona straniera dovrebbe evitare, ma è la parte più bella, la parte della vita che ci conduce a fare delle scelte e portarle fino in fondo con costanza e caparbietà.

Tra un ricordo e l’altro, nel calice ho il Timorasso “base”, come lui non lo vuole chiamare, 2013, con un colore che già ricorda il caldo del sole e brilla nonostante l’uggiosa giornata. Respiro dopo respiro, si concede tra note di agrumi, fiori e fumè di pietra focaia. Dritto e teso, taglia la lingua e la coccola nello stesso tempo con la sua untuosità, un sorso dopo l’altro, così facile da bere nonostante i 4 giorni di macerazione, da averne quasi timore.

E’ stato Mattia, figlio di Daniele, che ora segue le orme del padre studiando enologia, a porgli con disarmante semplicità la domanda che lo trasformerà nel vignaiolo che è ora: “Papà ma perchè non posso giocare tra le vigne?” Mattia aveva solo 3 anni, le vigne allora erano trattate come si usava fare con le ciliegie, che dovevano essere lavate e i no del papà erano d’amore e preoccupazione. La consapevolezza di una viticoltura pulita e rispettosa delle domande dei più piccoli diventa il cardine della vita di Daniele, trasformandolo poco alla volta nell’anarchico del Timorasso, come alcuni amano definirlo.

GOPR0373.jpgSan Leto, la vigna vecchia il cru di Ricci, 2011, apre con note più intense. Chiudi gli occhi e ti ritrovi fuori dall’Italia, un volo diretto verso i riesling più rinomati e famosi, dove gli accenni fumè del precedente marcano il passo accompagnati da erbe aromatiche. Bocca piena e carnosa, ma ancora una volta dritta e non timorosa, persistente e nuovamente di beva sorprendente.

I vini innanzi tutto devono piacere a lui, una sicurezza cresciuta con gli anni. Nei primi tempi con Walter aspettavano, spalle al muro,che qualcuno si degnasse di assaggiare questo “timorasso”, ma ormai la consapevolezza di un vino dalle caratteristiche uniche ha conquistato il consumatore e finalmente ci si può preoccupare solo di seguire la strada in cui si crede, quella di un vino naturale, specchio di un territorio e della propria mente, quella di un vino che non deve fare nulla per piacere se non essere la migliore interpretazione possibile di un’idea.

gopr0378Nonostante tutti i suoi bianchi prevedano la macerazione sulla buccia, il primo posto per coraggio e risultato di categoria lo conquista con 90 giorni di macerazione il Giallo di Costa. Acciaio, anfora, bucce regalano alla vista sfumature ambrate e al naso note di miele di tiglio, arancia candita e frutta secca. Un orange wine elegante e raffinato in bocca, con una suadente trama tannica e persistenza indimenticabile. 

Daniele mi racconta di un vino suo, di una sua personalissima etichetta, omaggio alla famiglia, dal nonno fino al figlio Mattia. Un gioco nato per caso, lasciando poche centinaia di bottiglie interrate per otto anni. Un Timorasso privo di alcun tipo di protezione chimica, che aveva stupito alcuni degustatori e venduto come “cosa strana”. Non chiedo di assaggiarlo, timido, capisco che è qualcosa a cui tiene molto, ma dicendomi “visto che mi piaci te lo apro” il mio sorriso si apre da orecchio a orecchio e ringrazio di cuore.

No, questo non ve lo descriverò in cinque righe, non basterebbero due giorni per riuscire ad apprezzarlo in pieno, figurarsi poche parole battute sulla tastiera di un computer, sappiate solo che, come Daniele, lo concederò solo a chi potrà apprezzarlo o almeno tentare di farlo.

E ancora un salto nel passato, questa volta nel calice un San Leto 2004, per capire cosa aspettarsi dall’evoluzione del Timorasso. Il colore s’intensifica e le note spingono violentemente sui sentori più evoluti e terziari, ma ciò che più mi colpisce in questa annata è la sua incredibile freschezza ancora vivace e mai stanca. Ti rendi conto che questi vini hanno un’anima in continua evoluzione, ma che rimangono fedeli alla loro impronta, all’ennesima potenza.

E’ ora di pranzo, la mamma di Daniele ha preparato una minestra come quella di una volta, qualche pezzo di formaggio di un casaro che lo fa come una volta, una camino come una volta e il profumo di una famiglia, di un papà e di un figlio, proprio come una volta. Mi sento a casa, chiacchieriamo di auto e trattori, passioni di Mattia, di vino, ovviamente, ma anche di vita vissuta e sentimenti, lasciando scorrere il tempo con due dei suoi vini rossi.

San Martino è il suo nebbiolo “un po’ così” dice, facendo un gesto vago con il braccio. Sono seduto a tavola, tra chiacchiere e profumi di famiglia, la mia soglia di attenzione gustativa cala leggermente, ma vengo sorpreso dalla “morbidezza” olfattiva che ritroverò in bocca in una setosa piacevolezza, che mi allontana leggermente dalla mia idea di Piemonte. Di grande facilità, quasi troppa per il mio gusto che mi spinge sempre sulle botti più grandi, ma perfetto per salumi e formaggi sulla tavola e per ritagliarsi il cuore di molti.

Mattia coglie una cimice sul pavimento e, non prima di avere avvisato il padre di non calpestarla, la libera fuori. 

Si sta facendo tardi, un assaggio di un altro rosso, Elso, prima della moka. Un assaggio che però rimanderò al giorno successivo per ovvi problemi di stanchezza e pienezza luculliana, ma soprattutto per consiglio di Daniele, che mi dice che questa croatina ha bisogno di tempo, lei nei nostri confronti e noi nei suoi e infine per distrarmi dal naso che mi rimanda alla mia ritrosia verso le botti non troppo grandi. 

Daniele mi porta in cantina, il Giallo di Costa 2016 è ancora in macerazione e le bucce stanno regalando tutto ciò che in alcuni mesi hanno rubato al sole e alla terra. Gas e profumi si liberano all’apertura, da una botte parla la malolattica, sussurra e mi regala questa bellissima foto.

Tra poco più di un’ora dovrò indossare i panni dell’oste, le chiacchiere tra vita privata e commerciale ci hanno trasportato attraverso il tempo, devo affrettare saluti e ringraziamenti, ma non prima di avere riempito il bagagliaio con preziosi souvenir. Torno all’Infernot ancora una volta carico, carico di sentimenti e di amore per questo fantastico mondo del vino fatto da persone, racconti, storie e sogni e con una voglia incredibile di trasmettervi le mie sensazioni attraverso, questa volta, i calici di Daniele.

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Categorie: Degustazioni

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