Foradori, appunti di degustazione.

La Signora delle Anfore.

Energia positiva all’Infernot.

Occhi e mani e cuore

Occhi e mani e cuore

Ricordo ancora la sensazione, forza e pace all’unisono, una percezione quasi zen, il tutto condensato in poche parole di Elisabetta, la prima volta che l’ho incontrata.

Sì, sono  cocciuto, volevo assolutamente riuscire a portare Foradori in una serata all’Infernot, lo volevo intensamente, perchè avrei desiderato fare conoscere ai nostri amici  le sensazioni del mio primo incontro con il Trentino di Elisabetta, il suo sorriso e la bellezza interiore. E alla fine grazie all’aiuto di Nely, la sua collaboratrice, siamo riusciti a strappare le sue mani, il suo cuore e la sua testa dalle amate vigne, per dedicarci un intimo momento all’Infernot.

Compare come una visione in fondo alla strada, l’aria è rovente e l’immagine tremante, ma nell’avvicinarsi si delinea un sorriso in tutta la sua bella semplicità, una boccata di fresco ossigeno che mi riempie di gioia e voglia di avvicinarmi con lei alla serata. Come se fossimo amici da tempo, io e mia moglie, lei e sua figlia, al tavolo di una osteria a raccontarci, non parliamo di vino, no quello no, non lo beviamo nemmeno, il dopo cena è davvero impegnativo, ma mettiamo sul tavolo le basi di una bella esperienza.

Finalmente sono le 21:00, il pubblico è già in sala, in uno strano silenzio, come se il momento fosse troppo per tutti, ma quando Elisabetta si siede, si comincia a respirare un’aria diversa e serena, una sensazione positiva che emana dalle sue parole, dalla sua gestualità, dal suo modo pacato e tranquillo di raccontare. Come una mamma che si siede al bordo del letto, quando piccoli ci raccontava la storia prima di addormentarci, ma l’attenzione è viva, il desiderio di conoscerla più intimamente attraverso le sue parole e i suo vini ci pervade.

Elisabetta parte da lontano, dal dopoguerra, dal “teroldego” tutto uguale, quello fatto per i numeri, passa attraverso la sua personale battaglia nell’individuare la territorialità del vitigno, la riscoperta di un’ uva, che ormai era poco viva, grazie ad una costante ricerca e selezione dei cloni, racconta del Campo Rotalino, dei suoi Cru e della tipologia dei terreni e, veloce, si ritrova a parlare della biodinamica.

Io: “scusa Elisabetta, stavo servendo il vino, ma forse mi è scappato il motivo per cui sei passata alla Biodinamica…”

Elisabetta mi guarda, mi guarda dentro, fa una pausa e abbassa la testa, poi mi fissa e si apre.

Nonostante i suoi vini fossero riconosciuti, la cantina sempre vuota e le richieste sempre maggiori, non erano più i suoi vini, si era disinnamorata di ciò che metteva all’interno delle sue bottiglie; tra eventi personali e lavorativi, Elisabetta stava cambiando, camminando attraverso un percorso ancora in atto, una evoluzione di spirito e intenti, una ricerca di vita in tutte le cose che la circondavano: il territorio, la quotidianità, le sue viti… i suoi vini. Una consapevolezza maggiore di se stessa e del tutto, influenze Goethiane e Alsaziane, una voglia di indipendenza che la viticoltura “tradizionale”  non permette e la voglia di riconquistare l’intreccio indissolubile tra terra e uomo.

Il tutto, però, doveva partire dal cambiamento di se stessi, della visione dell’insieme da prospettive differenti, Steiner insegna, dalla volontà di mettersi all’ascolto dell’immateriale che offre la natura.

Un vino ricco di energia positiva, che si fonde con il consumatore e che diventa tramite per un momento sereno e divertente, un’uva viva che si trasforma e racconta la sua storia, un calice che diventa cartina tornasole del territorio.

Sinceramente non pensavo di ricevere tutto questo con una sola domanda, mi siedo, smetto di fare fotografie e comincio ad ascoltare i calici.

La serata è impegnativa, Fontanasanta Incrocio Manzoni 2012 e la Nosiola 2012 macerata in anfora per iniziare. Rossi di bianco vestiti esprimono una forte personalità, grande sapidità e grande eleganza con un finale eterno. Calici da corteggiare, come una donna restia, ma che piano piano si lasciano andare nella loro continua intrigante mutevolezza, e il racconto continua sulle anfore, sulla tradizione di queste ultime e sull’essere essenza dei quattro elementi, terra per costruirle, acqua per plasmarle, fuoco per renderle così delicatamente resistenti e aria per dare voce alla loro anima…

Bianchi macerati, serviti a 15 gradi, calici che puoi bere anche in successione libera, passando da rosso a bianco senza remore, puliti e raffinati, alla faccia di coloro che credono che i vini “naturali”, o come volete etichettarli, debbano profumare di stalla, bianchi senza ossidazione che rimangono vivi ed energici, giorni dopo l’apertura, espressione pura di bellezza e territorio.

Ogni parola di Elisabetta si aggiunge come in un puzzle per delineare in modo sempre più preciso la visione del mondo, il tutto, non solo quello che parla di uva e vino.

E poi arrivano loro, gli ultimi 5 assaggi, tutti uguali, tutti teroldego, figli della stessa madre che prendono strade diverse, ma che manterranno sempre lo stesso dna, quello di un lavoro atto ad esprimere unicità e variabilità al medesimo tempo; 5 assaggi, Foradori 2011, Sgarzon 2011, Morei 2011, Granato 2009, Granato 2006.

Colpisce il “base”, un anno in botti e un altro in bottiglia, fresco e denso, intenso e “beverino”, un vino che si muove in bocca, la riempie ed evolve dalla punta della lingua alla gola, vivo, sprizza energia con quel colore cosi macchiante. I cru, ospitati in anfora, un pò timidi, un pò confusi questa sera; Sgarzon più leggiadro e fine in bocca grazie ad un terreno più sciolto, d’altronde il Campo Rotaliano è di origine alluvionale, il Morei più spesso, più largo, terreno ciottoloso, ed è anche questa la meraviglia di un vino vivo, che decide lui i tempi e i modi e a noi non resta che assecondarlo, ascoltarlo e a volte riprovarci.

L’evoluzione di tutti i calici degustati fino a questo momento non si arresta, ogni qualvolta il nostro naso si avvicina alla superficie colorata, il racconto è gia alla pagina successiva, un continuo susseguirsi di sentori, senza dimenticare il varietale che rimane a saldare la trama.

E poi ci tuffiamo nel Granato, prima 2009 e successivamente 2006. Elisabetta ci racconta che si riesce a percepire un’evoluzione del suo percorso, di quel percorso che la sta portando verso la ricerca dell’energia e della vitalità in ogni cosa; un ragazzino il 2009 ancora con i pantaloni corti, irrompente e agitato, ma educato e a modo, di buona famiglia, un giovane uomo il 2006, fiero e spavaldo in tutta la sua complessità, più pacato, ma complesso, ma… ma ecco, voi direte che non sono descrizioni consone ad un degustatore ufficiale dell’Associazione Italiana Sommelier, ma io dico, come si fa a descrivere un insieme di sensazioni di questo tipo, come si fa a mettere giù quattro righe su di un vino, quando bisognerebbe percepire l’energia della persona, che in quel momento ci sta raccontando se stessa, che si fonde con quella trasmessa dal frutto del suo lavoro.

Mi arrendo, non tenterò di dilungarmi in pseudo descrizioni, il mio intento era solo di mettere su carta un’atmosfera speciale, quella che abbiamo respirato tutti assieme con una donna splendida, che si è concessa a noi in tutta la sua serenità apparente e profondità interiore.

Abbraccio Elisabetta e la sua bella figlia, devono tornare a casa, è tardi e la strada è lunga, ma, mentre la macchina si allontana, mi accorgo che hanno dimenticato qualcosa, qualcosa che rimarrà con me per molto tempo, una sensazione serena e di amore verso un mondo sempre più bello, quello del vino.

La mia tovaglietta

La mia tovaglietta

7 vini in degustazione

7 vini in degustazione

Elisabetta Foradori

Elisabetta Foradori

La gestualità

La gestualità

La Sala in silenzio

La Sala in silenzio

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Categorie: Degustazioni

2 commenti su “Foradori, appunti di degustazione.”

  1. luciano ramella
    22 giugno 2014 a 13:02 #

    Caro Manlio, il tuo è il commento di un innamorato dopo la prima notte in cui la sua bella gli ha detto si. Bellissimo, quasi commovente.
    A quando un’ altra serata di puro amore?
    Luciano

    • 28 giugno 2014 a 12:41 #

      Caro Luciano, sono un sentimentale, mi piace la poesia del vino e quella delle belle persone.

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