La scimmietta e il suo tamburello

Il mondo del vino è pieno di pagliacci e pagliacciate!

Dall’articolo del New Yorker che affronta la problematica sulla qualità del vino e dalla nostra capacità di discernere davvero il migliore, mi viene la voglia di togliermi qualche sassolino e di provare e ripeto provare con il vostro aiuto ad affrontare una problematica da molti spesso sottolineata. Ma partiamo dall’inizio e riporto l’articolo tradotto dal IL POST:

Il commerciante di vini britannico Steven Spurrier era convinto, come gran parte degli intenditori, che i vini americani non potessero competere con quelli francesi, considerati da sempre tra i più pregiati al mondo. Per dimostrarlo invitò undici esperti ad assaggiare al buio Bordeaux francesi e Cabernet della California e a giudicarne la bontà in una scala da zero a venti punti. La prova si svolse il 24 maggio del 1976 e il risultato fu sorprendente. I giudici infatti stabilirono che il vino dal sapore migliore era quello di una bottiglia del 1973 proveniente dal vigneto Stag’s Leap di Napa Valley, in California. Alcuni giudici chiesero di ripetere l’assaggio a distanza di qualche tempo sostenendo che i vini francesi non fossero invecchiati al punto giusto, ma i risultati furono gli stessi: dopo lo Stag’s Leap si posizionarono altri tre Cabernet californiani. L’esperimento divenne famoso come il giudizio di Paride – richiamandosi al mito greco in cui il principe troiano Paride dovette scegliere chi fosse la dea più bella tra Atena, Era e Afrodite – e legittimò i vini americani e contribuì alla loro diffusione.

Jonah Lehrer racconta sul New Yorker che l’8 giugno scorso l’Università di Princeton ha realizzato un esperimento simile. Questa volta i giudici erano nove, americani e francesi, e i vini francesi sono stati confrontati con quelli del New Jersey, considerati ordinari e non di grande qualità. Pur non venendo dichiarati i migliori in assoluto, i vini americani – che costano circa un quinto dei loro omonimi francesi – ottennero ottimi punteggi dai giudici e si piazzarono ai primi posti della classifica. Secondo Richard Quandt, uno dei giudici dell’assaggio, il sapore dei vini era “statisticamente indistinguibile”. A partire da questi esperimenti Leherer spiega che definire la bontà di un vino è davvero difficile, anche per gli esperti. Le differenze sensoriali tra diverse bottiglie di vino sono molto lievi e diminuiscono dopo numerosi assaggi, tanto che ci sono pareri spesso discordanti su quale sia il vino con il miglior sapore. Per esempio sia il vino bianco che quello rosso risultati vincitori nel giudizio di Princeton sono stati valutati i peggiori da almeno uno dei giudici.

L’uomo per quanto tale è fallibile, non abbiamo la capacità delle macchine di uno standard di analisi ed è per ciò che spesso tutti questi giochi per trovare il vino migliore sono affrontati da Pannel di degustazione dove 4/5 o più persone affrontano la degustazione di limitati campioni ed è la media che sancisce la bontà o no di un vino, poiché ricordiamolo ci sono dei parametri concordati per stabilire la qualità di un vino e quindi si può davvero determinare se questo o quel vino è un vino degno di nota oppure la terza torchiatura. E qui iniziano le pagliacciate, spiegatemi che senso ha paragonare i vini americani, spero almeno stesso taglio, con quelli francesi, come paragonare una bella donna sicula con una bionda alto atesina, insomma capra e cavoli e che nessuno delle due si senta paragonata al paragone stesso.

Ma tralasciamo questa volontà di “giocare con le dimensioni” e proviamo ad affrontare il discorso sulla disomogeneità dei risultati. Dovete sapere che oltre alle pagliacciate ci sono i pagliacci che le fanno, non avete idea di quanta gente si spaccia per quello che vorrebbe essere e che non ha imparato a distinguere un aromatico dal profumo della moglie e che ostentando sicurezza ossigena la bocca per paura di una ossidoriduzione, ovviamente più l’ambiente è rinomato più spesso sembra di essere al circo Orfei, venghino siori verghino ad ammirare il naso più grande al mondo…

sono stati valutati i peggiori da almeno uno dei giudici.

Chissà chi era costui…

Io non ci credo, non credo a coloro che azzeccano 6 su 6, denominazione, annata, cantina e il nome della suocera del vignaiolo, certo, si può avvicinarsi a volte trovare davvero il vitigno e  l’annata, ma è l’infallibilità che mi “puzza” e che disegna nella mia testa l’immagine di una scimmietta con cappello e tamburello su monociclo. Ho partecipato, non come esaminato, ma come sommelier in servizio, al concorso miglior sommelier di Italia e vi assicuro che su 6 vini, sentire il nome del vitigno giusto per 2 era qualcosa di notevole e anche di sentire scambiati Rum per Whisky e fischi per fiaschi…

E quindi? che senso ha tutto ciò? Ma procediamo per gradi.

Secondo Lehrer il contesto – come per esempio l’alto costo di una bottiglia o un’etichetta che ne indica la provenienza da un vigneto prestigioso – gioca un ruolo fondamentale  e ingannevole nella percezione del gusto di un vino. La sua tesi è dimostrata da diversi studi. Nel 2001 Frédéric Brochet dell’Università di Bordeaux invitò 57 intenditori ad assaggiare e descrivere un bicchiere di vino bianco e uno rosso. In realtà si trattava dello stesso vino bianco che in un caso era stato dipinto di rosso con un colorante alimentare. Gli esperti però descrissero il vino apparentemente rosso con termini solitamente usati per quel genere di vino. In un altro esperimento Brochet invitò i giudici ad assaggiare un pregiato Bordeaux e un vino da tavola. Si trattava dello stesso vino proveniente da bottiglie diverse ma gli esperti descrissero quello spacciato per pregiato come “amabile”, “legnoso”, “equilibrato” e “rotondo” e  l’altro come “debole”, “leggero”, “piatto” e “difettoso”.

Se gli esperti non sono in grado di distinguere i vini pregiati le persone comuni lo sono ancora meno. Lo scorso anno lo psicologo Richard Wiseman chiese a un gruppo di volontari di assaggiare diverse varietà di vino – da quello in cartone allo champagne – e stabilire quella più costosa. I volontari non furono in grado di indovinarlo e il 61 per cento di loro indicò il vino economico come il più caro e di maggior qualità. Lehrer conclude che la maggior parte degli intenditori e delle persone comuni non è in grado di stabilire con accettabile correttezza la bontà del vino e che la nostra percezione è fortemente influenzata dalle nostre aspettative mentali: «Quindi continuate pure a comprare vino del New Jersey – consiglia – Ma se volete garantire ai vostri ospiti il massimo piacere, appiccicate sulla bottiglia un’etichetta francese. Il vino avrà un sapore ancora migliore».

Bene altra Pagliacciata, mettiamo del Tavernello in un Sassicaia e tutti diranno che è il vino migliore al mondo, certo molti lo troveranno piacevole, fatto bene come deve essere fatto, ma quando sapranno che quella bottiglia costa 200€ rimarranno alquanto basiti, esperti o no. Lo sappiamo bene che al supermercato tutto è studiato per vendere e che noi siamo molto suscettibili alle operazioni di Marketing, che ciò che è ad altezza occhi è ciò che non dovremmo comprare ma lo facciamo lo stesso e così via… Certo che la nostra percezione è influenzata dalle nostre aspettative mentali, lo è sempre stata e sempre lo sarà, l’uomo è fatto così, ed è per questo motivo che ogni volta che parlo di degustazione e di opinioni riguardo ad un calice di vino introduco sempre sottolineando che dovremmo essere molto umili nel nostro approccio, è il bicchiere che parla, noi dobbiamo solo stare ad ascoltarlo e se ci parliamo sopra noi, col nostro ego e falsa sicurezza sicuramente non sentiremo nulla.

Ovviamente come un buon atleta il nostro naso e la nostra cognizione va allenata, non ci si può improvvisare, anche perché sparare a caso riconoscimenti olfattivi o giudizi gustativi lo lasciamo fare ai geni della Sommellerie e quindi con tanto impegno e costanza possiamo evitare di sembra scimmiette addestrate.

Detto questo, show must go on e quindi buona visione a tutti.

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